La telefonata di Fedez alla Rai: il fascismo silenzioso denunciato da Pasolini

Al concerto del primo maggio 2021 si è vista la partecipazione di tanti cantanti italiani. Verso la fine c’è stato anche Federico Leonardo Lucia, il quale ha svolto una performance discutibile… Sul palco il cantante ha fatto un lungo monologo sul ddl Zan, la proposta che vorrebbe approvare il disegno di legge contro l’omofobia, citando i nomi dei capi leghisti che in passato ebbero da dire frasi del tipo: “Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno”. Tale esibizione è stata quella che in tanti potrebbero definire inopportuna, ma che Fedez ha risposto che si è trattato di una pura libertà d’espressione.

Ma il giorno dopo è successo un fatto ancora più eclatante: il cantante ha pubblicato sul suo canale Twitter e Instagram un clip in cui si è auto filmato mentre discuteva, il giorno prima dell’esibizione, con la vice direttrice di Rai3 Ilaria Capuani la quale tentava di censurare il monologo, affermando che doveva “adeguarsi al sistema”. Il marito della Ferragni ha lasciato il video intero in descrizione e, nonostante ciò, la Rai ha dichiarato che quel filmato fosse tutta una finzione. Sempre sulle stories dei social, Fedez ha poi fatto una riflessione su quanto fosse limitata la libertà di parola in Italia, anche per chi svolge un mestiere artistico e a quanto pare tale critica è stata condivisa da tanti altri cantanti e non solo.

Tuttavia bisogna precisare che non ha alcun senso affermare che un tale monologo fosse qualcosa che se fosse stato letto in una piazza pubblica avrebbe assunto un significato diverso… Come se la politica dovesse stare fuori dell’intrattenimento. In realtà si possono fare scelte politiche anche senza far parte di un partito e ciascun individuo ne compie una ogni giorno: sono politiche tutte le scelte che compiamo nello spazio pubblico, è politico il modo in cui scegliamo di comportarci, l’attenzione che portiamo alle conseguenze di ciò che si sceglie. Un conto sono la preparazione, la competenza e la credibilità di un politico, un altro la teoria che un cantante sceglie di seguire. Una persona preparata, o nel caso di Fedez che si assume la responsabilità di quello che dice, compierà delle scelte sulla base della propria visione del mondo. Gli idoli di ciascuna epoca storica, anche degli artisti che magari non passeranno alla storia, esercitano un potere suggestivo nelle scelte di molti cittadini.

Proprio per quello che rappresentano per le nuove generazioni, hanno tutto il diritto di poter esprimere senza censure. Basti fare un esempio storico con uno degli artisti che meglio hanno rappresentato lo spirito degli anni 50: Elvis Presley. Durante la metà del 1900 in America c’era la poliomielite. Anche all’epoca c’erano i negazionisti, e proprio per questo motivo l’allora presidente Roosevelt nel 1938 stanziò del denaro per la ricerca contro il virus, fondi che arrivarono anche a Jonas Salk, principale sperimentatore del relativo vaccino. Nel 1952 Salk rese pubblici i risultati della sperimentazione, mostrando che il suo vaccino era efficace. Quasi tutti i bambini americani ricevettero la vaccinazione, mentre la percentuale degli adolescenti fu molto scarsa. La poliomielite veniva chiamata infatti “paralisi infantile”, e la gente pensava che potesse infettare solo i bambini. Tutto ciò durò fino a quando Elvis non si fece fotografare nel 1956 mentre riceveva il vaccino. La foto fece il giro del mondo, facendo salire il livello d’immunizzazione in America dallo 0,6 all’80% in soli sei mesi e come disse Jonathan SafranFoer: “Elvis debellò la polio in America”.

L’esempio di Elvis serve per far capire che quel che ha fatto Fedez è semplicemente prendere una decisione per far luce su una questione molto urgente e che se non venisse approvata non farà altro che peggiorare la salute psicologica di molti singoli… Arrivati a questo punto sarebbe doveroso citare una poesia di Pasolini “La mia nazione” pubblicato all’interno de “La religione del mio tempo”. Versi crudi e privi lirismo che denunciano tempi di fascismo becero, silenzioso, viviamo, di decadenza dei costumi, di deterioramento del senso civico e di una corruzione degli apparati pubblici e anche di quelli giudiziari.

Coloro che comunque partecipano a questo immanente sfacelo, cercheranno di privare di ogni credibilità le ragioni di chi prende il coraggio di denunciare, con la forza soverchiante del conformismo mafioso o con l’ignavia connaturata a una moltitudine di singoli individui: questo è il fascismo dei nostri giorni e la Rai sembra essere uno degli esempi contemporanei.

La mia nazione di P.P. Pasolini

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perchè tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perchè fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perchè sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Davide Fiorentini

La dittatura del politicamente corretto (?)

Recentemente è stato trasmesso sul popolare show satirico “Striscia la notizia”, prima del servizio sulla sede RAI a Pechino, una gag dei conduttori Gerry Scotti e Michelle Hunziker nella quale scimmiottavano i popoli asiatici con l’imitazione degli occhi a mandorla e sul loro modo di parlare. Entrambi sono stati segnalati per «Gesti razzisti con caricature dei tratti asiatici» sull’account Instagram di Diet Prada: La trasmissione ha ricevuto 4.662.000 visualizzazioni secondo Auditel, società che misura i dati della TV italiana» riporta il post. Specificando anche che «L’Italia ospita la più grande popolazione di cinesi in tutta Europa, con circa 310.000 cittadini cinesi che costituiscono la terza più grande comunità di cittadini stranieri del Paese. Da tali critiche la stessa Hunziker ha poi risposto sulle stories del social, scusandosi di aver offeso la sensibilità dei cinesi ma per quanto riguarda di Scotti, oltre alle scuse ha poi controbattuto sul Corriere della Sera: “Ho diversi amici cinesi e nessuno mi ha detto nulla. L’obbligo del politicamente corretto mi spaventa, suona molto di dittatura”; a ciò si è aggiunta anche la risposta del creatore del TG “satirico” Antonio Ricci, dichiarando: “Non sarebbe lecito scusarsi in quanto il programma è una trasmissione satirica e, come le trasmissioni satiriche e comiche di tutto il mondo, politicamente scorretta.” La satira ha motivazioni morali e, come scrissero i latini “Castigat ridendo, mores” ovvero castiga i modi di vivere delle persone in maniera burlesca, ma solo per correggerli. Perciò si basa molto sull’ironia, che è dote di persone intelligenti a differenza dell’insulto che ha solo la volontà di offendere, ed è proprio per questo motivo che fare la “caricatura” di un personaggio è considerata una vera arte. Non bisogna mai confondere i due termini.

Spesso il termine di “Politicamente corretto” lo leggiamo e sentiamo in numerose testate giornalistiche… Ma che cosa significa esattamente? Secondo l’enciclopedia Treccani: “L’espressione angloamericana politically correct (in Italia. Politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.” Gli ambienti di cui si fecero portavoce di tale ideologia furono le università statunitensi, verso gli anni ottanta, le quali cercarono d’includere ogni tipo di minoranza, dalle persone nere, agli omosessuali e di chi non era americano: soprattutto bisognava fare attenzione a una serie di accorgimenti, a partire su come bisognasse parlare senza discriminare nessuno.

In quegli anni iniziarono una serie di studi nuovi come per esempio i gender studies, quindi basati sulle dinamiche sociali. Questo tipo di attenzione all’inclusività, partendo proprio dal linguaggio, inizia a provocare una buona parte della destra americana. In particolare in un famoso articolo apparso sul New York Times all’inizio degli anni novanta di Richard J. Bernstein il quale prendeva una posizione contrastante su tale fenomeno culturale, lanciando l’allarme che potesse sfociare in un conformismo ideologico nel corso del tempo. Questo articolo diede inizio a una reazione a catena di tante altre riviste che ricalcarono il politicamente corretto come a una specie di “Thought Police”. Questa espressione si tramanda come l’idea che non si possa più dire niente, un limite alla libertà d’espressione ma senza considerare che in realtà la dittatura può essere presa da chi ha il potere, ossia da chi dirige i mass media: una gerarchia di cui la maggior parte delle persone trans, nere e omosessuali non fanno parte. In genere se una persona di colore vuole argomentare su quanto effettivamente possano risultare razziste alcuni pregiudizi su uomini e donne di colore, l’unico luogo in cui possono ottenere una visibilità istantanea sono i social network. Anche perché nella maggior parte dei casi non hanno potere decisionale, quindi non fanno parte della stessa establishment che tanto si sente prigioniera di una dittatura del buonsenso. Le aggressioni spesso avvengo su queste piattaforme digitali proprio perché quelle persone non hanno altrui spazi su cui incontrarsi, a differenza dei giornali e programmi televisivi che sono destinati a un ristretto gruppo: in grande parte uomini, bianchi, cisgender e italiani.

Numerosi sono i film, serie TV che spesso offendono a loro insaputa queste minoranze sociali, ma per farne un collegamento “artistico” prenderemo d’esempio ancora la trasmissione di canale cinque quando, poche settimane fa, è stato trasmesso uno sketch in cui Paolo Kessisoglu vestiva nei panni di Laura Boldrini, per poi usare la faccia di un ragazzino nero come oggetto di scena e utilizzare la parola n*gro.

Come si è dimostrato anche da una normalissima gag “comica”, l’Italia è un paese che traccia il destino dei singoli individui in base su chi scelgono di andare al letto, sul colore della pelle, sulla loro etnia che spesso in molti denominano ancora come “razza”, invece di concentrarsi sulle qualità dei singoli cittadini, la meritocrazia appunto.

Davide Fiorentini

Una diversa prospettiva di teatro: la compagnia Rezza-Mastrella

In questi ultimi giorni c’è stata la giornata nazionale dedicata al teatro. Come tutti noi sappiamo, il teatro è luogo di cultura e di un importante esercizio per coltivare la nostra partecipazione nel sentirci col nostro “io”, in relazione a un “noi” universale. Eppure, nonostante i contagi del Covid19 in questi luoghi siano stati abbastanza miseri, il governo ha emendato la loro chiusura temporanea: una chiara evidenza del fatto che in Italia si osserva il palcoscenico come un semplice passatempo, un modo qualunque che si potrebbe benissimo sostituire con un film trasmesso in TV. In questi mesi non è stata immaginata un’alternativa per garantire un occupazione di chi lavora nel settore culturale, come è invece accaduto per tante altre industrie. Il settore dello spettacolo contribuisce largamente a quei cinquantotto miliardi di euro che compongono il 4% del PIL italiano costituito dall’industria della cultura.Ma non ci sarebbe da stupirsi: tantissimi attori noti come Gianfranco D’angelo o Simone Cristicchi, che hanno abbandonato il mondo della televisione o della musica, oggi nella percezione comune risultano come scomparsi e non più popolari.

In verità cosa significa veramente fare teatro, al di là d’essere il simbolo per creare una comunità? In sala assistiamo a una rappresentazione che potrebbe essere analizzata come la dimostrazione di un fenomeno sociale in cui se ne evidenzia una critica: ne sono un esempio gli spettacoli di Dario Fo. Nel primo esempio stiamo assistendo a una storia: ossia compaiono degli attori i quali servendosi, in una maniera simile a quella del parassita, di nomi, voci, gesti, che chiameremo significanti, per esprimere una varietà di significati che riusciamo a comprendere un messaggio. Esistono però anche teatranti che si guardano bene dal definirsi attori, cioè come uomini che prestano il loro corpo per entrare in contatto con i sentimenti altrui, o come direbbe qualcun altro si “prostituiscono”, e perciò tentano di oltrepassare l’idea stessa di fare teatro.

Questa volta bisogna utilizzare il vocabolo “presentare” un fenomeno. L’attore, che in questi caso dobbiamo correggerci chiamandolo performer, inscena un capovolgimento del significato in relazione al significante: ribaltano quindi il linguaggio artistico e (in)volontariamente quello che Ferdinand De Saussure definì come “segno linguistico”. Stiamo assistendo a uno spettacolo alla pari di quanto assistiamo a contemplare il tramonto e poi il cielo stellato: un ‘entità priva della volontà di comunicare, quindi senza possedere un significato per sé: ciò che viene catalogato dai linguisti come “indici”. Sarà compito dello spettatore dover decifrare il messaggio che spesso è in sé, proprio perché soggettivo e personale.

Bisognerebbe parlare a lungo per capire se il teatro della performance si tratta di un progresso nel mondo dell’arte contemporanea, dell’incredibile tentativo di rinominare la comunicazione artistica, oppure di una regressione. Ciò è il sintomo della quale abbiamo bisogno di nuove idee che nell’ambito politico e sociale si tradurrebbero in nuovi valori; possiamo però affermare che queste esibizioni alternative sono anche la risposta verso un l’atteggiamento della critica postmodernista: secondo questi non ci sono più nuove idee poiché ogni nuova idea in realtà è già stata partorita in precedenza, quindi si tenderà sempre a sminuire un nuovo progetto. Un fattore di cui Antonio Rezza, della compagnia Rezza-Mastrella, ha sempre criticato.

Antonio Rezza, originario di Novara, la moglie Flavia Mastrella, originaria di Anzio, la quale cuce degli indumenti variopinti in cui vi sono svariati buchi con cui il performer utilizza per creare dei personaggi che spesso non avranno un nome. Non c’è niente di più violento nell’appioppare un nome a un personaggio, dichiarò lo stesso Rezza in una delle sue interviste. Nell’ultima puntata di “Propaganda Live” (La7) è stato invitato come ospite e in questa occasione è stato proiettato un suo vecchio cortometraggio dal titolo “virus”.

Oggi tale corto risulta più attuale che mai: dietro a quelle battute così grottesche e senza significato in realtà si può cogliere una critica lucida verso la società di allora e quella contemporanea: “solo chi possedeva già i soldi ha potuto trarre vantaggio dalla pandemia”. A ciò egli ribadisce che l’artista non dovrebbe ricevere una paga salariale dallo stato, ma deve permettersi la piena autonomia e l’indipendenza del suo ingegno. Perché nel caso contrario si cadrà nel tranello di cercare l’approvazione dell’istituzione.

Da tanti anni il suoi spettacoli hanno seguito il secondo principio del fare teatro e in genere le reazioni del pubblico sono spesso di applausi e risate: sarebbe alquanto curioso incontrare per caso un soggetto applaudire, oppure ridere nel guardare un tramonto o il cielo stellato…

Davide Fiorentini

Leopardi: pessimista oppure ottimista?

Ancora oggi numerosi critici continuano a dibattere se sia il caso di considerare il pensiero di Giacomo Leopardi pessimista oppure ottimista. Ma prima è bene fare dei giusti chiarimenti sul pensiero leopardiano. Il concetto di natura e il pensiero di Giacomo Leopardi sono fra le questioni più ambivalenti e se non principali, per comprendere tutta la sua crescita artistica: e non solo. Dopo i sette anni di studio matto e disperato, (come lui stesso lo aveva denominato) avvenne il cosiddetto passaggio dall’erudizione al bello: cominciava a leggere i poeti che lo appassionavano, sia italiani che stranieri, antichi e moderni. Era anche il periodo di quando incominciava a sviluppare un pensiero proprio sulla base esistenziale dell’esistenza umana, seppur contrastando il clima rigido e conservatore della famiglia.

Questo momento in particolare, denominato come “pessimismo storico”, Leopardi credeva che l’uomo moderno fosse condannato a vivere una vita piena d’infelicità e di frustrazioni, per il semplice motivo che con l’avvento della ragione, e perciò del progresso, siamo arrivati alla cancellazione delle illusioni umane, a differenza di coloro che sono vissuti nelle epoche precedenti quando il sogno predominava.” Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono essere grandi (e nelle arti e nelle poesie forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. (dallo Zibaldone di G. Leopardi).

La natura ha un ruolo predominante in questa triste condizione del presente: essa è qualcosa che fa soffrire, ma allo stesso tempo offre all’uomo l’appagamento dei propri bisogni a livello materiale di cui senza non potrebbe farne a meno. Anche tale sua posizione risultava già insicura… Infatti nell’estate del 1819, dopo aver fallito il tentativo di fuggire dalla propria casa di Recanati, avviene un peggioramento del suo stato d’animo: la natura adesso ha assunto il ruolo di una grande creatrice, le cui ragioni del suo compito ci rimangono sconosciute e per disgrazia ubbidisce sempre a tali leggi, senza rendersi conto dei danni che causa ogni giorno con tempeste, alluvioni, malattie eccetera …”senza dubbio è natura il termine che leopardi usa spesso per significare, da un punto di vista sensistico, l’essere in cui anche l’uomo è implicito e alle cui leggi ostili o indifferenti rimane sottoposto, ma dal cui senso vitale si è estraniato” (C. Galimberti, cose che non son cose. Saggi su leopardi -2001).

Da qui in poi il suo rapporto diverrà maligno e il poeta ne rimarrà sempre amareggiato di fronte al disinteresse della natura, del fato. Sia i componimenti appartenenti al periodo dei grandi idilli e dopo il silenzio poetico, le poesie dei canti pisano recanatesi, Leopardi scriverà numerosi dialoghi con il creato, come avviene nel “canto notturno di un pastore errante dall’Asia” il cui pastore è afflitto dalla predestinata sorte di non poter sapere il senso della vita. Ancora di più nei cinque canti del ciclo d’Aspasia dove il poeta sembra quasi accettare la triste conclusione di non poter trovare nessuna soluzione, difatti una delle poesie intitolata “a se stesso” Leopardi si rivolge al suo cuore accettando la dolorosa sconfitta.

Non tutto è perduto, perché dentro lui, presto si riaccenderà quello spirito ribelle che sempre lo caratterizza: nel 1830 insieme all’amico Antonio Ranieri, a Napoli entra in conflitto con l’ambiente spirituale degli intellettuali. È qui che scriverà una delle poesie più celebri “la ginestra o il fiore del deserto” dove chiarisce una volta per tutte quanto sia maligna e ingiusta la natura (l’esistenza), ma che possiamo sopportarla grazie all’aiuto reciproco con l’altro, compatire insieme, per annientare la sofferenza in comune. ” L’ostilità o estraneità della natura è il comun fato, di fronte a cui gli uomini, con fetido orgoglio finalistico e teologico, non devono illudersi, ma contro cui debbono combattere uniti, in una guerra comune”. (C. Luporini, Leopardi progressivo-1980)Detto ciò non credo assolutamente che Leopardi possa considerarsi un ottimista, come tanti critici tentano di definirlo, bensì più un pessimista in gran parte della vita, ma con la ginestra pare abbia fatto un passo in più.

Arrivati a questo punto non possiamo dimenticarci del film “il giovane favoloso” (2014) realizzato con Elio Germano nei panni del poeta recanatese. La scena finale in particolare rende il più autentico omaggio al fiore del deserto.

Davide Fiorentini

L’epilogo dei Daft Punk: recensione del film “Electroma” (2006)

Poche settimane fa è giunta la notizia dello scioglimento del celebre gruppo Daft Punk. Si sta parlando di coloro che si possono considerare, insieme ai Kraftwrek, tra i maggiori artisti della musica elettronica. L’ultimo album, Get Lucky, venne messo in commercio nel 2013 e fino a oggi si erano tenuti attivi solo nella produzione musicale e nei concerti. L’annuncio è stato trasmesso dal loro canale YouTube in un videoclip dal titolo “Epilogue”: si tratta dell’ultima scena del loro film “Electroma” presentato al Festival di Cannes del 2006 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. Senza usare le loro composizioni, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter montarono questo film con uno spirito decisamente surreale e psichedelico: privo di dialoghi e narrazione, solo scene di robot e paesaggi accompagnate da una colonna sonora che abbraccia la gregoriana, la classica e l’elettronica sperimentale fino al pop-ambient. A diverse velocità di montaggio, a seconda dei momenti prevale l’andamento lento e sempre di alto livello risulta l’efficacia comunicativa del matrimonio tra le immagini e la musica.

Il film inizia in un’alba desertica senza declinazioni geografiche, forse secondo un immaginario preso in prestito da Kubrick (2001: Odissea nello spazio), prosegue come il più classico dei road movie. In un pianeta abitato solo da androidi mascherati, due robot con un giubbotto bardati-chiodo con borchiata la scritta “Daft Punk”, si recano in un centro di chirurgia robot-estetica per un intervento di modifica delle loro sembianze. La targa della macchina è un’espressa dichiarazione d’intenti: “Human”. Il trucco, una specie di cera con stucco, viene applicato ai loro caschi al fine di dar loro dei connotati umani ma ciò turba la quiete della città in cui abitano: un posto dalla tipica paesaggistica da cartolina, ma che non accetta i diversi…

Tuttavia le maschere umane si sciolgono miseramente per l’alta temperatura. Una delusione che li getta nell’angoscia e che provoca il suicidio rituale dei due protagonisti: sul deserto rosso Thomas Bangalter preme il bottone dell’autodistruzione ed esplode in un milione di pezzi come il televisore di Zabriskie Point; Guy-Manuel De Homem-Christo, rimasto solo, si spoglia della sua corazza e si lascia bruciare come un Icaro di silicio che cercò di arrivare troppo vicino al sole… In questo gesto denunciano il limite del loro software, il quale semplifica la divisione tra Uomini e Macchine sulla base dell’aspetto.

Un finale del genere farebbe pensare a temi come il senso della vita umana e in evidenza l’irrisolvibile domanda: cosa distingue la nostra esistenza dal resto? Sopratutto ci verrà da chiederci, come mai il duo francese ha voluto salutarci proprio con il momento finale di questa pellicola? Forse un avvertimento per il futuro?


Davide Fiorentini

No Esonero: L’ipocrisia del nuovo PEI 2020

Proprio il 29 dicembre 2020 il ministro dell’istruzione (Lucia Azzolina) e dell’economia (Daniele Franco) hanno varato un decreto interministeriale che riguardasse l’esonero dei ragazzi con disabilità da alcune discipline scolastiche, con una limitazione del numero delle ore. Tale norma ha scatenato l’ira di molte famiglie e le polemiche da parte dell’associazione CoorDown che ha avviato sui social delle proteste, insieme a molte famiglie, con l’hashtag #NoEsonero. Il nuovo PEI aggiunge anche che le famiglie dei figli disabili non avranno più un ruolo all’interno dei consigli di classe. Una tale mossa spianerà la strada alle cosiddette “classi speciali”: in quelle ore di esonero ci saranno dei laboratori creati apposta per loro. Questa decisione è stata pensata anche per risolvere un altro “problema”, ossia la mancanza della copertura totale delle ore di sostegno su ogni alunno che ne necessiti.

Va ricordato che i figli disabili, spesso già in età infantile, hanno iniziato dei percorsi di riabilitazione in cui sono stati seguiti da specialisti, privati e non, che li hanno aiutato nella crescita psicofisica. Il postulato dietro tutto questo lavoro è il seguente: la possibilità di farli crescere e apprendere, concedendogli la dignità di alunno e di cittadino. Svolgere in classe degli argomenti, seppure in maniera semplificata, è l’unico modo concreto di fare inclusione perché l’alunno non si sentirà decontestualizzato dalla sua classe e perciò contribuirà all’accrescimento della propria autostima e del proprio sviluppo; in più i compagni potranno apprezzarne le capacità e le potenzialità e non considerarlo un’entità a parte…

Nell’antica Grecia e in quella romana le persone disabili vennero considerate un castigo degli Dei, nel Medioevo una manifestazione del diavolo. Nel Rinascimento furono istituiti i manicomi per isolarli dal resto del mondo, i “gobbi” e i “nani” invece furono utilizzati come giullari di corte. Durante il Nazismo, insieme ai preti, agli omosessuali, slavi, neri ed ebrei furono etichettati come impuri. Nella società contemporanea si sono fatti molti passi avanti nel riconoscimento dei loro diritti: basti ricordare la legge Basaglia del 1978, la quale sancì la chiusura degli ospedali psichiatrici; la legge 517/77 che promosse l’apertura delle scuole alle persone con disabilità, con la creazione dell’insegnante di sostegno e la 104/92 in cui lo stato si assume la responsabilità di garantire alla persona in stato di handicap e alla sua famiglia un adeguato sostegno.

Una tale norma nasce sempre da un’ignoranza sul mondo di questi ragazzi: se si è svantaggiati dalla mancanza delle gambe, o della parola, si è ugualmente classificati come dei “ritardati”. Ciò è un’ipocrisia di chi sostiene d’essere favorevole alla loro inclusione e senza discriminarli. Di tale ipocrisia ne ha tratto spunto il popolare comico Valerio Lundini, nella puntata del 15/09/20 del programma televisivo Una pezza di Lundini (Rai 2), realizzando uno sketch satirico: la scena mostra il presentatore parodiare la tanta ipocrisia appartenente alle stesse persone che hanno approvato questa legge: una forma di buonismo fine a sé stesso, in quanto creatore di false aspettative sul mondo del lavoro. Oggi questa nuova legge è un passo indietro che lancia un messaggio pericoloso ai cittadini di domani: chi ha difficoltà può essere escluso. C’è sempre un modo semplice per spiegare argomenti difficili: l’inclusione si fa dentro, non fuori.

Davide Fiorentini

[foto 1 copyright di Osservatorio Malattie Rare]

[foto 2 copyright di Rai2]

La fine del tempo: Draghi e il Quantitative Easing

Nel 2000 è subentrato l’euro insieme alla nascita dell’internet. In quel momento storico si stava sviluppando la globalizzazione, senza nessuna legge che riuscisse regolare il flusso dei mercati: milioni di aziende sono state trasferite in nazioni in cui non c’erano tasse e costi sul lavoro. In Europa c’erano licenziamenti, si perdevano le coperture sanitarie e alcuni diritti civili in cambio di merci a prezzi bassissimi: si percepiva l’illusione di una straordinaria ricchezza. Per cinque anni nessuno è stato schiacciato e le banche prestavano tantissimi soldi… fino a quando nel 2008 la gente non aveva più moneta da dare indietro. Ciò ha provocato il fallimento di una banca importante, la Lehmann, e in una reazione a catena anche tutte le altre. Un esercito di cumulonembi che solo qualche anno dopo sono scoppiati.

Il secondo principio della termodinamica afferma che non puoi trasformare tutto il calore in energia ma si verifica una dispersione; a meno che non c’è un diavoletto che riesca a mettere in ordine le varie molecole. Un diavolo velocissimo che nel 2008 era apparso: si chiamava Printing Machine, un meccanismo con cui si possono stampare denaro per finanziare l’economia e le banche. Gli stati hanno stampato una quantità di soldi che nessuno saprà mai. Tuttavia quel denaro è stato anche gestito da persone rappresentate dal protagonista del nuovo libro di Guido Maria Brera La fine del tempo (sequel del primo libro”I Diavoli” il cui titolo riprende l’esempio sopra riportato), i quali decidevano se uno stato doveva fallire o meno, proprio perché essi s’indebitavano enormemente per salvare le banche: i finanzieri.

Quando si arriva a stampare così tanto denaro il tasso d’interesse è diventato pari a zero. L’interesse è il guadagno che spetta a chi presta il proprio denaro alla banca e il tasso stabilisce a quale quota dovrà ammontare, a seconda della somma prestata. Tale misura stabilisce quanto vale il tempo: se vale zero vuol dire che quella somma prestata rimarrà tale nel corso degli anni. Chi versa degli alti contributi può indebitarsi a zero perché ha la possibilità di darli in garanzia alle banche e può comprarsi tutto quello che desidera. Quel denaro servirà per chi ha la possibilità di prestarne di più. Le classi medie invece non avranno più la possibilità di arricchire il loro stipendio. Per esempio: da una parte per i cittadini comuni ha reso più accessibile l’acquisto delle case tramite mutui. Dall’altro però altri hanno investito il loro capitale in beni rifugio, come un appartamento all’estero, che col tempo saliranno di prezzo, poiché sono tenuti da tutti quegli investitori che non hanno bisogno di quel bene ma che serve soltanto per fare investimenti. Eliminando la principale variabile del gioco finanziario – il tempo – si condanna la società a vivere un eterno presente.

Tutti questi ragionamenti sono esposti approfonditamente ne “La fine del tempo” (Brera – Edizioni “La nave di Teseo” – 2020). Prima di arrivare al Birkbeck, Philip Wade, professore di Storia contemporanea ed economia al prestigioso Birkbeck College di Londra, aveva lavorato cinque anni per una grande banca d’affari della City in qualità di analista chiamato a prevedere le tendenze economiche, politiche e sociali su cui indirizzare gli investimenti. Questo libro è un giallo che ricostruisce i meccanismi finanziari che hanno guidato l’ultimo decennio, dopo il tracollo Lehmann. Mentre l’Europa s’infiamma sotto il montare dell’ondata populista, Philip Wade, vittima di amnesie dopo un terribile incidente, dovrà ricostruire il mosaico del suo libro che potrebbe mettere in discussione il dominio delle grandi corporation che governano l’economia mondiale. Questo romanzo mette in luce una serie di avvertimenti che valorizzano, ma mettono in guardia chi aveva utilizzato la printing machine a fin di bene: Mario Draghi.

Egli si è laureato alla Sapienza con un master al Mit di Boston per poi diventare direttore generale del Tesoro dove ha svolto la gestione delle privatizzazioni. Dopodiché ha assunto la carica di governatore della Banca d’Italia, un incarico che l’ha portato a prendere un posto come membro del consiglio alla BCE. Ma perché molti dei giornali italiani lo hanno soprannominato come l’uomo che ha salvato l’Europa? Tre parole hanno caratterizzato la sua politica fiscale: whatever it takes (tutto ciò che serve). Stiamo parlando del Quantitative Easing: l’impegno della BCE e delle banche centrali dei diversi paesi europei alla funzione di “prestatori di ultima istanza”. Durante gli otto anni in cui ha condotto la politica monetaria dell’Eurozona, l’ex governatore della Banca d’Italia e allievo di Federico Caffè (anche di Brera al suo tempo) è stato un protagonista riluttante della saga dell’euro. La crisi economica avrebbe fatto danni ben più gravi senza il QE. La speranza è che l’economia degli Stati europei continui a crescere anche senza il suo supporto.

Davide Fiorentini

La rottura della quarta parete: Sanders come la mosca imprevista di Dreyer

La settimana scorsa è accaduto questo: durante la proclamazione del nuovo presidente degli Stati Uniti, è stata scattata una foto a Bernie Sanders: si tratta di un esponente del partito democratico statunitense; egli si è sempre autodefinito un “socialista democratico”, andando contro i pregiudizi dei liberali americani. Durante l’evento ha colto l’occasione per mettersi in risalto in un modo assolutamente semplice, in abiti casual: un giubbotto verde scuro e due guanti di lana. Sembrerebbe un qualsiasi cittadino. Nel giro di poche ore quella foto ha fatto il giro del web in svariati Meme. Eppure al di là della risata c’è un messaggio molto importante che sta mandando. Ossia che la realtà che c’è negli Stati Uniti e, probabilmente anche in Italia, è esattamente in quelle condizioni.

Tante persone sono rimaste contente nel pensare che è finita il controverso mandato presidenziale di Donald Trump, specialmente dopo l’episodio del quasi colpo di stato al Campidoglio. Eppure con Joe Biden non proprio tutto cambierà: Il nuovo presidente ha designato come segretario di stato Anthony Blinken, il quale ha precisato che l’ambasciata degli Stati Uniti resterà a Gerusalemme e con la Cina i rapporti rimarranno duri. A questo, va ricordato che in passato Biden votò a favore della guerra in Iraq, ma anche dell’intervento militare degli USA in Jugoslavia e di altre missioni per “democratizzare” gli stati. In questa foto si può fare un collegamento cinematografico: si tratta della celebre scena della mosca sul viso di Giovanna d’Arco, nell’omonima pellicola La passion de Jeanne d’Arc del 1928. Tale mosca ovviamente non fece parte del copione, si tratto di un ospite che non aveva nulla a che vedere con la trama, eppure il regista Dreyer decise di non tagliarla nella fase di montaggio. Dreyer fu un autore rimasto celebre proprio per il suo amore verso le inquadrature perfette e il morboso dominio che assunse durante la produzione dei film.

Questa scelta indica come l’opera d’arte sia qualcosa che appare completamente esposta al caso, a quel che il destino può incombere, ossia verso la distruzione, oppure verso la consacrazione… Così Bernie Sanders, essendo un ospite che è apparso in maniera imprevista sui riflettori, ha fatto sempre parte di quella cerimonia/rappresentazione. Entrambi hanno svolto da rottura della quarta parete per farci vedere al di là di una scena di un film e di una diretta internazionale.

Davide Fiorentini

Quando l’arte riesce a influenzare le menti: analisi di “Conversazioni in Sicilia” di E. Vittorini

Quando oramai il regime fascista instaurò una vera e propria dittatura, a Mussolini non restò che plasmare la coscienza degli italiani. Per farlo applicò la cosiddetta censura di tutti i libri che fossero di nazionalità estera o che fossero sospetti di critiche contro il regime. La censura fascista aggiunse ai temi che già in epoca liberale vennero tenuti sotto sorveglianza, come la morale, la magistratura, la casa reale e le forze armate, una quantità di argomenti che variarono a seconda dell’evolversi dell’ideologia fascista e dei suoi atti politici. In particolare venne censurato ogni contenuto ideologico alieno al fascismo o considerato disfattista dell’immagine nazionale, e ogni altro tema culturale considerato avverso. Tuttavia numerosi scritti riuscirono a passare sotto banco dai controlli. Analogamente con l’unificazione della Germania a opera di Guglielmo II e di Bismarck, anche l’unificazione del regno d’Italia fu una scelta che si palesò dall’alto e non dal basso. Oggigiorno questo problema semprerebbe palesarsi persino tra le singole regioni d’Italia, impregnate di stereotipi verso altre.

Eppure accade che qualche piccolo particolare possa magari innescare qualche idea pericolosa nella mente dei cittadini. Pericolosa perché capace di far scoprire idee che tanti di noi nemmeno sospettano di possedere. Per esempio Umberto Eco raccontò che durante gli della dittatura nel canale della RAI, verso le nove di sera, vennero trasmesse le opere di Pirandello, sfuggendo quindi dal controllo. Quelle trasmissione registrarono un numero crescente di spettatori… Forse gli stessi che furono costretti a pensare (?). Oltre a questo episodio, si parlerà di uno dei romanzi che riuscì in un primo momento a ingannare la censura fascista e di provocare la mente dei lettori: “Conversazioni in Sicilia” di Elio Vittorini.

La trama di conversazioni in Sicilia potrebbe far pensare che si tratti di un racconto autobiografico, tuttavia in una nota successiva all’epilogo Vittorini specifica che la Sicilia rappresentata sarebbe un luogo come un altro. Tuttavia risulta difficile credere alle parole dell’autore poiché il padre di Silvestro è un ex ferroviere, come lo era stato il padre dello scrittore ma soprattutto perché il protagonista è affetto da “astratti furori”, gli stessi che magari furono rappresentati dall’autore nel periodo della stesura del testo: infatti nel periodo precedente l’autore aveva criticato il sostegno italiano nei confronti delle forze clericali e reazionarie nella guerra civile spagnola, assieme a Bilenchi e Pratolini. Tra l’altro questa presa di posizione sommata alla precedente vicenda del Garofano rosso, gli costò l’espulsione dal partito nel 1936. Da lì a poco avrebbe cominciato a scrivere il libro Conversazioni in Sicilia che venne pubblicato a puntate sulla rivista “Letteratura” tra il 38 e il 39, prima di della pubblicazione avvenuta poi del 1941.

Il nostro protagonista Silvestro è in preda da astratti furori (come dice l’autore) mentre la sua vita gli appare come insensata; un giorno riceve una lettera dal padre Costantino il quale gli comunica di aver lasciato la moglie e di essere andato a vivere con un’altra donna a Venezia e gli consiglia di farle visita per l’onomastico invece di mandarle la solita cartolina degli auguri. Silvestro per sfuggire dall’inerzia della sua vita decide di partire subito per ritornare, dopo quindici anni, nel suo paese natale in Sicilia.

La prima parte del romanzo è dominata dal viaggio verso la terra natia. Egli incontra una serie di personaggi con cui tiene, appunto, delle conversazioni che apparentemente non hanno dei reali fini a livello della trama: ognuno dei dialoghi che avverranno Silvestro si fa portatore di un concetto chiave; per esempio nel traghetto incontra l’uomo delle arance: un povero uomo siciliano che lo scambia per un americano; questi rappresenta quella parte della popolazione sincera, con scene toccanti in cui quest’uomo cerca di offrire un’arancia alla moglie che rifiuta sempre.

Sul treno che lo porta a Siracusa incontra l’uomo con i baffi e senza baffi e che vengono disprezzati da tutto lo scompartimento perché burocrati al servizio del regime: essi simboleggiano coloro che sono diventati borghesi e hanno abbandonato il resto del popolo. Il “Gran Lombardo” un personaggio, la cui citazione è dantesca, in cui gli si assegna uno dei messaggi chiave dell’opera ovvero ognuno dovrebbe cercare altri e nuovi doveri che riscatterebbero l’umanità sofferente. Si tratta di un elemento che ritornerà più volte nel testo come per rimarcare quei valori eterni che al giorno d’oggi sono chiamati ad agire. Inoltre Elio Vittorini nel 36 iniziò la stesura di un romanzo che poi rimarrà incompiuto Erika e i suoi fratelli il cui tema principale fu del mondo offeso riguardò della storia di una ragazza abbandonata dai genitori e che deve prostituirsi per sopravvivere. Giunto nel paese natale rincontra la madre ormai anziana con la quale tornano indietro nel tempo nel ricordo della sua giovinezza, sia di lui sia di lei, contrapponendo la figura del nonno di Silvestro con quella del padre. Insieme alla madre compie un giro d’iniezioni di quelli che sono malati di tisi o di malaria e qui comincia una descrizione di tutti i personaggi che soffrono in ambienti tetri e colmi di miseria ma allo stesso tempo entra in contatto con la voglia di reagire, in particolar modo la madre che asseconda tutto il contrario di quello che dicono i suoi pazienti pur di dare un bagliore di speranza alle famiglie dei malati.

Il secondo incontro avviene con Calogero, l’arrotino scontento perché non ha spade e cannoni da affilare, chiaro riferimento ai rivoluzionari smarriti. Egli avvia il protagonista verso un altro dei concetti fondamentali del romanzo: quando questi lo porta da Ezechiele c’è il tema del mondo offeso, non a caso anche questa scena è preceduta da una discesa verso il basso ma in questo caso simboleggia una riscoperta dei valori umani di cui l’uomo dovrebbe farsi portatore; i tre poi si recano dal panniere, ovvero il venditore di stoffe, di nome Porfirio e che rappresenta il punto di vista cattolico che infatti propugna l’acqua viva, che sarebbe la fede, opposta ai coltelli e alle forbici come unica sostituzione alle oppressioni. I quattro andranno poi da un’osteria gestita da Colombo, trascorrendo la serata a bere.

Dopo la serata, Silvestro, forse rapito dai fumi dell’alcol, si accorge di essere in un cimitero e avrà una conversazione con un soldato che per colpa del buio non può mostrarsi. Nascosto tra le tenebre si rivela essere il fratello del protagonista che da lì a poco verrà a morire nella guerra in Spagna, e lo si capisce subito, anche se l’autore non lo esplicita, nel dialogo surreale in cui il soldato ripete sempre lo schiarimento della voce ehm. Il dialogo con il fratello morto diviene una chiara denuncia contro la retorica vuota del fascismo, riguardante la morte in guerra dell’imperialismo che causa soltanto sofferenze a tutti quei Cesari e Macbeth che non verranno mai scritti da uno Shakespeare citando Silvestro stesso. Il giorno dopo si sveglia e ricordandosi della morte di suo fratello Liborio in guerra… La madre di Silvestro gli dice che la sera prima si è ubriacato ed era tornato tardi a casa. Successivamente c’è la scena del monumento ai caduti: molto intensa con il protagonista che piange e soffre per la sorte passata del fratello.

Nel tentativo di risollevare la madre, affranta dalla sorte del figlio caduto in Spagna il giorno successivo, rincuorandola raccontandogli come la madre dei Gracchi fosse stata contenta perché i figli morirono per difendere la patria. Ma in realtà non andò proprio cosi e sarà proprio la madre aprecisargli il giorno stesso che i gracchi non morirono in battaglia ma furono assassinati perché difensori del proletariato, come a voler imprimere fortemente quest’immagine ai lettori. Silvestro esce di casa piangendo per la morte del fratello, in una sequenza suggestiva in cui rincontra tutti i personaggi con cui ha avuto delle conversazioni, fino ad arrivare sotto il monumento della statua di una fanciulla in memoria dei caduti. Dopo questo momento tornato a casa per salutare la madre, la trova intenta a lavare i piedi a un uomo che con sorpresa vede che si tratta di suo padre. Inizialmente Silvestro non lo riconosce ma dopo essersi reso conto, esce di casa senza salutarlo.

Il libro è scritto in modo limpido e chiaro ma allo stesso tempo le parole disegnano uno scenario davvero complesso e di difficile interpretazione. Sin dalle prime pagine l’atmosfera è nebulosa e orfica, non a caso si potrebbe interpretare questo testo come un unico grande sogno fatto dal protagonista. Questo spiegherebbe come mai l’accadere di certi avvenimenti all’interno del romanzo, ma a rendere palese questa caratteristica è lo stile utilizzato dall’autore: infatti la narrazione è lirica e ricca di sfumature e rimandi segreti e possiede un tono, a tratti profetico, ad analogie di difficile comprensione.

Il tutto viene celato da uno stile secco, asciutto, in cui si ritrovano tracce del realismo degli anni precedenti e dai dialoghi serrati, rapidi, ricchi di ripetizioni e anafore. Si intuisce l’influenza di autori stranieri come Lawrence e Hemingway ed Elio Vittorini ne esce rafforzato dalle critiche per aver calato l’espediente dei dialoghi di Hemingway nella realtà italiana.

Davide Fiorentini

Dentro il significato di SOUL: cosa bisogna fare per essere felici

Ultimamente è uscito sulla piattaforma streaming di Disney+, il nuovo classico tanto atteso Soul. Questa volta l’enorme casa di produzione cinematografica, affronta un tema ben diverso: l’esistenza che affligge ognuno di noi durante il percorso di crescita; cosa ci rende veramente felici?

Il protagonista, Joe Gardner, ha speso tutta la sua vita a inseguire il suo scopo che secondo lui combacia con il suo talento di pianista Jazz. Nel momento in cui la fortuna aveva bussato alla sua porta, offrendogli un ruolo all’interno d una prestigiosa band musicale, la morte giunge inaspettata. Ma Joe si ribella a questa ingiustizia della vita, e vuole a tutti i costi cogliere quella fortuna andata perduta. Nell’aldilà la sua anima incontrerà 22, un’anima che da troppo tempo non riesce a trovare la propria scintilla, malgrado i tanti mentori illustri che hanno provato inutilmente ad aiutarla. Nella loro corsa, Joe per riavere la sua rivincita e 22 nel trovare la propria “scintilla”, si renderanno conto che il punto d’arrivo andava ben oltre: così desiderosi di raggiungere i loro scopi che non si soffermano a godersi un singolo giorno.

Nella società di massa si corre troppo velocemente anche per potersi gustare un semplice piatto di pasta. In Italia sentiamo spesso i soliti discorsi nei quali se non si prende una laurea sei automaticamente catalogato come un nullafacente, o per essere più precisi, come un individuo della profondità di un bicchiere d’acqua. Ciò che veramente fa la differenza è che se quel lavoro corrisponde al proprio sogno, allora non si lavorerà mai e bisogna precisare che la cultura non coincide mai con un pezzo di carta.

Per dirla con le parole di Joe: “Il tuo scopo non è la tua scintilla. L’ultima casella si riempie solo quando sei pronta a vivere”. Allora conviene che il nostro scopo sia quello di mettere in atto i nostri talenti e allo stesso tempo vivere, perché le nostre scintille potrebbero non darci immediatamente delle soddisfazioni, altrimenti avrete soltanto anticipato la vostra morte.

Davide Fiorentini